“La peste in Europa”: un libro per studiare il passato e riflettere sul drammatico presente

“La peste in Europa”: un libro per studiare il passato e riflettere sul drammatico presente

È di grande attualità il libro di William Naphy e Andrew Spicer, “La peste in Europa” (il Mulino, 184 pagine,12 Euro), nella sua nuova edizione del 2021, ristampato in piena pandemia di Covid-19. La peste arrivò in Europa nel 1347 dalla Crimea su una nave che approdò a Messina portando con sé marinai morti o moribondi. “La società occidentale, in particolare nei centri urbani, fu costretta ad accettare la peste e ad adeguarvisi”; divenne una costante della vita del tempo e si cercò così di indagare le cause del morbo nei modi più disparati, in una società ancora lontana dalle convinzioni scientifiche moderne e profondamente religiosa.
La malattia a diverse ondate sconvolse l’Europa per quattro secoli, dal ’300 al ’700, diffondendosi in buona parte del continente. Nel libro gli autori analizzano le congetture e i pregiudizi con i quali fu affrontata, mentre su ogni cosa dominava la tendenza ecclesiastica a spiegare il fenomeno in maniera teologica: “La causa ultima era la mano di Dio in collera per i peccati del suo popolo”. Non c’era, ovviamente, la consapevolezza del contagio da uomo ad uomo: “Presumibilmente, dunque, la peste poteva essere allontanata sia pentendosi dei propri peccati che purificando l’aria, ovvero eliminando il miasma infettivo da un’area determinata”.
Naturalmente anche da parte dei governi locali vi fu il tentativo di arginare la diffusione della malattia attraverso “limitazioni ai movimenti di persone e beni”, quarantene, certificati sanitari e il miglioramento delle condizioni igieniche delle città. Da un lato vi era l’approccio religioso, dall’altro quello politico/governativo; e tra i due si inseriva un terzo presunto rimedio per fronteggiare la gravissima situazione, quello nato nel tessuto sociale, caratterizzato dalla ricerca di capri espiatori ai quali affibbiare la colpa della diffusione della peste: “La società poteva identificare i portatori del morbo in un gruppo sociale (gli ebrei) che veniva pertanto espulso o eliminato dallo Stato, per poi celebrare l’evento con l’edificazione di una chiesa o di un santuario (eventualmente nel ghetto stesso o, meglio ancora, al posto della sinagoga). La reazione nomale alla peste era solitamente una combinazione (o azzardo) di tutte le  ‘soluzioni’ possibili”.
Il volume di William Naphy e Andrew Spicer ripercorre la storia della peste nera nel corso dei quattro secoli tristemente famosi, “dopo aver richiamato le maggiori epidemie del mondo antico e medievale”. Con le dovute differenze e sfumature, nei vari periodi, i tentativi di dare una spiegazione alla “morte nera” hanno avuto radice una comune per secoli: la malattia come conseguenza del peccato. In un saggio molto denso, William Naphy, docente di Storia all’Università di Aberdeen, e Andrew Spicer, professore di Storia inglese moderna alla Oxford Brooks University; ci offrono vari piani di lettura: illustrano non solo le tappe della diffusione della malattia in Europa ed i vari tentativi di affrontarla (da parte del clero, dei governanti e della società civile tutta) ma ci danno anche lo spunto – attraverso la lezione della ricerca – per riflettere sulla pandemia che viviamo in questa fase storica. Una lezione che vuole renderci consapevoli di una realtà purtroppo indiscutibile: ciclicamente, come specie umana, ci ritroviamo ad affrontare situazioni simili. Emergenze dalle quali fortunatamente siamo sempre usciti anche se, a volte, con un costo elevato di vite umane.

Dario Palmesano

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