Sciarrabbub o Ciarabbup era un posto lontano, fuori dal mondo, forse inesistente, nel quale, gli anziani del cortile, dicevano di voler mandare i disturbatori o da cui provenivano i sistematici ritardatari. Dai libri appresi che Giarabub esisteva e si trovava in Libia; verso i tredici anni, nello storico “Cine Brancaccio”, vidi il film, del 1942, di Goffredo Alessandrini con l’indimenticabile Carlo Ninchi (foto: interpretava il comandante Castagna) ed un giovanissimo Alberto Sordi e contestualizzai i riferimenti degli anziani.
LUOGHI Giarabub è un’oasi del deserto cirenaico, a 50 chilometri dal confine egiziano e a 300 dal mare, che , nel 1926, a seguito di accordi italo-inglesi, dal Regno d’Egitto passò all’Italia; vi sono abbondanti riserve d’acqua fossile e sotterranea che la rendono ospitale e favoriscono la coltivazione a distesa di palme da dattero, cereali ed ortaggi. Nel 1856 si stabilì nell’oasi di Giarabub Mohammed ibn ‛Alī as-Sanūsī, il fondatore della confraternita senussita, assieme a membri della famiglia e ad un folto gruppo di sacerdoti, fedeli e servi. Fu fondata la zavia (Zāwiyah) o sede di confraternita, che ben presto divenne famosa fra le popolazioni musulmane della Libia e dell’Egitto e in essa sorsero una scuola coranica molto rinomata (vi studiò anche Omar al-Mukhtar che combattè gl’italiani), fornita di una ricca biblioteca, e una moschea, nella quale ancor oggi si conservano le ceneri del primo senusso. Nel 1890 vi nacque re Idris al-Sanussi di Libia , spodestato da Gheddafi che nel 1984 fece esplodere la tomba del nonno Mohammed al-Sanussi, meta di pellegrinaggio sia per i monarchici locali che per l’opposizione islamica ortodossa al regime.
L’EPOPEA A Giarabub, dal 24 dicembre 1940 al 21 marzo del 1941 Anno XIX dell’Era Fascista circa 2000 tra italiani e coloniali a seguito della controffensiva inglese in Marmarica restarono isolati ed accerchiati da reparti australiani e neozelandesi. Inizialmente la nostra aviazione riforniva gli assediati ma col bombardamento delle piste d’atterraggio e la distanza dalle basi la cosa non fu più possibile e la situazione divenne drammatica. Quasi tutti i coscritti libici disertarono, fornendo anche informazioni al nemico e rimasero solo 200 Ascari a fiancheggiare gl’italiani ormai alla fame. Il 17 marzo, Erwin Rommel telegrafò: « Invio il mio saluto ed i sensi della mia stima e ammirazione agli eroici difensori di Giarabub. Continuate a lottare strenuamente, tra pochissime settimane saremo tra voi » . «Nell’ultimo combattimento caddero complessivamente 500 soldati italiani e coloniali tra morti e feriti, a testimonianza dell’asprezza della lotta». «Gli ultimi colpi sparati furono quelli degli australiani che bersagliarono i soldati italiani mentre eseguivano l’ordine di ammainare, nella ridotta Marcucci, la bandiera italiana e darle fuoco al cospetto del nemico». Conclusa la battaglia, ai 200 italiani superstiti, fu concesso l’onore delle armi per il loro sacrificio e la strenua difesa, sfilando di fronte ad una rappresentanza del comando australiano. Dopo questo scontro, gli australiani si ritirarono da Giarabub, snodo di piste e carovaniere, a causa dell’avanzata italo-tedesca su El-Aghiela. Portarono, in aereo, i feriti di entrambi gli schieramenti e i prigionieri, a piedi, in Egitto, appena prima dell’inizio dell’Operazione Sonnenblume, la controffensiva italo-tedesca che riprese la Cirenaica. Il comandante Italiano era Salvatore Castagna; rimasto ferito in combattimento, promosso tenente colonnello sul campo, tornerà dalla prigionia, in India, il 23 novembre 1946: i genitori erano morti ignorandone la sorte. Anni fa, Maurizio Costanzo presentando il giornalista Alberto Castagna, per incidens, aggiunse: “è pure parente di uno decorato…”. In un afoso pomeriggio d’estate pignatarese, assieme a mio padre, nell’anticamera del cardiologo Luigi Fusco, nell’allora Via XXVIII OTTOBRE, attualmente Via Risorgimento incontrai G. B. C. (?, o di cognome V?) che vedevo passare prima su un calesse, poi su una 600 bianca. Era uno degli ultimi clienti di mio padre come sellaio, visto l’avanzare della motorizzazione. Con la stempiatura alta, non molto alto, capelli scuri lisci, magro, dai modi tranquilli ed affabili, riservato, non dava l’impressione di chi raccontando un evento epico famoso potesse dire: “C’ero anch’io!”. E lo disse senza enfasi. Nell’attesa, lui e mio padre che aveva “fatto la Campagna di Grecia e la prigionia in Germania”, non ricordo come, cominciarono a parlare dei duri trascorsi militari. Quando G. B. C. (?, o di cognome V?) disse di essere stato preso prigioniero a Giarabub restai sorpreso, per l’alone eroico che circondava il fatto e per il tono naturale della voce. La gente cantava ancora il ritornello della “Sagra di Giarabub” con musica di Ruccione (autore di Faccetta nera) e le parole di De Torres e A. Simeoni: “Colonnello non voglio pane dammi piombo pel mio moschetto, c’è la terra del mio sacchetto che per oggi mi basterà”. Lo stesso è citato molte volte nei film italiani da Totò sceicco a Brutti, sporchi e cattivi con Manfredi, da Farfallon con Ciccio e Franco a In nome del popolo italiano ove la canta Gasman, fino al Napoleone di Rascel, in cui un soldato francese del 1815 intona “la fine dell’Inghilterra incomincia da Waterloo”. A Giarabub era intitolata la sezione romana di Primavalle del MSI prima, MSI-DN dal 1972 di cui era segretario lo spazzino Mario Mattei i cui figli Virgilio e Stefano, 22 e 8 anni, nella notte tra il 15 e 16 aprile ’73, perirono nel rogo della loro casa, appiccato da comunisti di Potere Operaio. Vivamente interessato gli feci parecchie domande. Parlò del caldo, delle cannonate, delle marce per raggiungere gli avamposti, a piedi, col treppiedi della mitragliatrice sulle spalle, causa la scarsità di benzina e la rumorosità dei mezzi che ne segnalavano l’arrivo ai nemici, delle razioni ridotte e della sete, acquattati nelle buche avanzate dove era una lotteria sia l’arrivarci che il ritornare nell’oasi. Ma la cosa che più mi colpì fu il racconto della sepoltura dei morti nell’ultima fase dell’assedio, essendo il cimitero esposto al tiro inglese. “ I caduti raccolti venivano portati in una specie di grotta artificiale, coperti di calce e messi l’uno sull’altro. A quelli che facevano questa cosa veniva dato tanto cognac; prima di entrare gli legavano una corda in vita e mettevano la maschera antigas. Colava una cosa giallastra, si affondava coi piedi, l’odore era insopportabile…”.
IDENtIFICHIAMO IL Protagonista Per ovvii motivi, In occasione dell’anniversario della resa di Giarabub, che i giovani ignorano, ci tenevo a fissare la testimonianza di un nostro compaesano che contribuì a scrivere quella pagina sfortunata ma gloriosa, perciò ho cercato, telefonicamente di rintracciare G. B. C. (?, o di cognome V?) o qualcuno che potesse fornirmi il nome e altri dati o materiali. Di questo “Cincinnato”, l’ultima “voce di Giarabub”(lunga vita a Lui!), tornato alla sua “massarja” che dovrebbe trovarsi (Pantuliano? S. Secondino?) tra Via vittorio Veneto di Pignataro, “ ’a stradella ‘e Pasturan’ e la ferrovia, e che magari avrà avuto l’onore delle armi dagli inglesi vincitori, sarebbe giusto pubblicare la foto col nome e tramandare una versione più completa della partecipazione, perciò, spero che qualche suo nipote o parente, che mi leggerà, possa fornirci altre notizie riguardanti la prigionia e la permanenza a Giarabub: Si arricchirebbe l’album della nostra memoria. Dal blog www.lorenzo. izzo, ho appreso che anche un altro cittadino dell’ex mandamento di Pignataro Maggiore, il maestro Angelo Capuano, sindaco e militante del PSI di Calvi Risorta combatté e fu fatto prigioniero a Giarabub. Magari i due saranno andati di pattuglia assieme, avranno diviso le gallette, parlato dei comuni conoscenti, dei programmi per il dopoguerra mentre riposavano, “all’ombra del palmeto”…
P.S. All’epoca la parola SAGRA nel linguaggio corrente occupava un campo semantico più nobile e vasto, oggi che è ridotta all’orto delle sagre delle melanzane, delle percoche, della porchetta e dello gnocco locale, per evitare, come dicevano i nonni, “ ‘e ammiscà gl’ aglietiegl’ cu’ ‘a cepulluccia”, nel testo accluso, eludendo la filologia, mi sono permesso di usare il più, attualmente, colto SAGA. La canzone, nelle numerose e suggestive interpretazioni dell’epoca è reperibile su internet, assieme al film. Introvabile il libro La difesa di Giarabub del Comandante Salvatore Castagna.
LA SAGA DI GIARABUB
Inchiodata sul palmeto – veglia immobile la luna
a cavallo della duna – sta l’antico minareto.
Squilli, macchine, bandiere, – scoppi sangue … Dimmi tu
che succede cammelliere? – E’ la sagra di Giarabub!
Ritornello Colonnello, non voglio pane, dammi
piombo pel mio moschetto
c’è la terra del mio sacchetto
che per oggi mi basterà.
Colonnello, non voglio l’acqua, dammi
il fuoco distruggitore
con il sangue di questo cuore
la mia sete si spegnerà.
Colonnello, non voglio il cambio,
qui nessuno ritorna indietro
non si cede neppure un metro
se la morte non passerà!”
Spunta già l’erba novella – dove il sangue scese a rivi…
Quei fantasmi in sentinella – sono morti, o sono vivi?
E chi parla a noi vicino? – Cammelliere, non sei tu?
– In ginocchio,pellegrino: – son le voci di Giarabub!
Ritornello Colonnello, non voglio pane, dammi
piombo pel mio moschetto
e la………………………………………..
Colonnello non voglio encomi,
sono morto per la mia terra…
Ma la fine dell’Inghilterra
Incomincia da Giarabub!
Il presidente di Storia Memoria Identità
Giorgio Natale