“Cucina politica”: in un libro la dimensione sociale e ideologica dell’alimentazione

“Cucina politica”: in un libro la dimensione sociale e ideologica dell’alimentazione

Il libro a cura di Massimo Montanari, “Cucina politica” (Laterza, 328 pagine, 20 Euro), raccoglie vari saggi di diversi autori sul “linguaggio del cibo fra pratiche sociali e rappresentazioni ideologiche”. Si tratta di un intelligente  e stimolante viaggio cominciando dai banchetti di Carlo Magno (a firma dello stesso Massimo Montanari) per finire al “cucinare come educazione estetica e politica” di  Nicola Perullo. Non meno gustose le “ricette” di Françoise Sabban, che scrive di “Ascesa e declino della dieta maoista”, e di Ilaria Porciani che si occupa di “Mappe mentali, confini e politiche: tra nazionalismo e sovranismo”. Ma tutto il libro si fa leggere con piacere, a conferma del fatto che il cibo è uno straordinario strumento di comunicazione: è una forma di linguaggio che comunica idee e valori, caricando il gesto del mangiare di significati che pur cambiando nel tempo e nello spazio hanno sempre una straordinaria forza espressiva, quella che solo gli oggetti e le pratiche d’uso quotidiano possono avere.
Il volume a cura di Massimo Montanari – che insegna Storia dell’alimentazione dell’Università di Bologna – descrive la dimensione politica del linguaggio alimentare in due direzioni: da un lato guarda al cibo come segno di appartenenza a una comunità, capace di definire l’identità di gruppi sociali, economici, culturali, religiosi, per ciò stesso assumendo una dimensione appunto politica; dall’altro guarda alle azioni promosse dai pubblici poteri per garantire sicurezza alimentare ai sudditi, o cittadini. Politici sono quegli interventi, politici i ‘discorsi’ che li accompagnano, facendone veicolo di propaganda e di narrazioni collettive. Intrecciando e facendo interagire tali prospettive, il “linguaggio del cibo” non si limita a esprimere il reale, ma contribuisce a crearlo, come tutte le forme di comunicazione. I saggi del volume si muovono liberamente nel tempo e nello spazio, attraversando i territori della storia, dell’antropologia, della semiotica, della filosofia, della storia dell’arte: approcci diversi e complementari, che evidenziano le sorprendenti potenzialità della storia dell’alimentazione come chiave di accesso alla storia. Tra quelli contenuti nel libro, segnaliamo un ultimo saggio ai nostri pochi ma affezionati lettori, convinti di suscitare la loro curiosità: “L’olfatto come senso estetico-politico” di Elena Mancioppi.

Red. Cro.

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