Storia di Ernesto Rossi (nato a Caserta) e altri antifascisti nel libro di Giovanni Taurasi

Storia di Ernesto Rossi (nato a Caserta) e altri antifascisti nel libro di Giovanni Taurasi

Il libro di Giovanni Taurasi, “Le nostre prigioni” (Edizioni ANPPIA, 278 pagine), racconta le “storie di dissidenti nelle carceri fasciste”. Dal 1926 al 1943 furono deferiti al Tribunale Speciale 15.806 imputati e  processati in 5.620. Vennero condannati 4.596 antifascisti per un totale di 27.735 anni di carcere e comminati sette ergastoli. Occorre inoltre tenere conto che pure i prosciolti in istruttoria o assolti subirono in media un anno di carcere perché questi erano i tempi che trascorrevano dall’arresto al processo; e numerosi furono i dissidenti rinviati dal Tribunale Speciale alla magistratura ordinaria. Come si apprende ancora dal libro edito dall’ANPPIA (Associazione nazionale perseguitati politici italiani antifascisti) furono 12.330 coloro che vennero inviati al confino; e la polizia aprì, o aggiornò, 110.000 fascicoli di “sovversivi” presso il Casellario politico centrale. Delle 76 condanne a morte pronunziate dal Tribunale Speciale ne furono eseguite 56, in gran parte (i tre quarti del totale) nel periodo bellico; a finire davanti al plotone di esecuzione in una prima fase “attentatori” alla vita del Duce, poi “terroristi” slavi, responsabili di reati di spionaggio o “traditori”.
Ernesto Rossi, nato a Caserta il 25 agosto 1897, fu condannato a venti anni di carcere per la sua attività antifascista; ne scontò nove in galera, dove trascorse numerosi periodi di isolamento, e altri quattro al confino sull’isola di Ventotene. Qui, nel 1941, con Altiero Spinelli ed Eugenio Colorni stilò la piattaforma federalista europea  celebre come il “Manifesto di Ventotene”. Nel dopoguerra Ernesto Rossi fu tra i fondatori del Partito Radicale (1955) e si dedicò alla scrittura di libri e al giornalismo d’inchiesta su “il Mondo”. Morì a Roma il 9 febbraio 1967. Va ricordato tra l’altro che Ernesto Rossi, dopo aver ricevuto dalla sorella Aida una lettera che lo invitava a presentare domanda di grazia, espresse il 3 febbraio 1933 per iscritto alla madre il suo biasimo di fronte  a quella esortazione e sottolineò le proprie convinzioni antifasciste con queste parole: “Mi faccia dunque il favore di non parlarmi più di questo argomento”. Sei anni dopo, di fronte alla lettera del fratello Paolo che lo esortava nuovamente a fare domanda di grazia, rispose in modo analogo rigettando l’ipotesi.

Red. Cro. 

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